Siamo sempre sul Titanic. Ci preoccupiamo se la Nazionale di calcio andrà ai prossimi campionati del Mondo oppure se l’acquisizione pubblica di Cinecittà riuscirà a rilanciare il cinema italiano, intanto il Mondo brucia.

L’incendio della guerra si espande, infatti, e non sto affatto parlando dell’ormai annosa jihad che ha messo a ferro e fuoco mezzo Pianeta bensì di quanto accade nella fascia asiatica del Rimland e in particolare nella penisola coreana. Perché?

Unificare la penisola utilizzando l’arma nucleare come mezzo di pressione decisivo: sarebbe disposta Washington a rischiare l’attacco missilistico con testate all’idrogeno su Los Angeles per difendere Seul?

Puntare a una Grande Corea, ricca grazie al potenziale industriale e finanziario del Sud e militarmente forte in virtù delle Forze Armate di questo inglobate nel dispositivo del Nord, numeroso e dotato di capacità nucleare strategica: farne una grande potenza.

Il tutto, sfruttando le “beghe” per il controllo del Pianeta e quindi gli interessi divergenti di USA, Russia e Cina, mentre l’Europa latita e il Giappone non riesce a uscire dalla paralisi diplomatica postbellica. Ricavarsi, quindi, il proprio spazio autonomo.

Una strategia portata avanti con lucidità estrema e ferrea determinazione da tre generazioni di sovrani assoluti, che hanno sfruttato la cultura tradizionale e la formidabile capacità plasmatrice di un sistema sociale “per voce sola”.

Una Corea collocata geograficamente tra Cina, Giappone, Russia e proiettata nel Pacifico. Kim non è affatto “pazzo”, continua semplicemente il sogno dei predecessori. Quindi, bisognerebbe stare molto attenti e decidere cosa si vuol fare. Prima che sia tardi, sotto ogni punto di vista.

Tutto ciò non è indifferente per noi, come qualcuno sembra pensare, ma ha le conseguenze più dirette sull’Europa. Quindi, semplicemente, non possiamo “fregarcene”, giusto per usare l’espressione usata da qualcuno. Perché se il citato missile intercontinentale con testata termonucleare, e Dio non voglia con più testate miniaturizzate, può colpire Los Angeles è pure in grado di arrivare a Roma… Parigi, Berlino… fate voi.

Intanto qualche cifra. Effettivi pari a circa 5,5 milioni di uomini variamente addestrati, 3.000 carri da battaglia, 2.000 cingolati da combattimento, ma soprattutto tra i 20 e i 25.000 tra mortai, pezzi a traino meccanico o semoventi.

Scrive Pietro Batacchi su Rid 7/17, p. 27: “Uno degli scenari più temuti in caso di conflitto, infatti, è un intenso fuoco d’artiglieria, accompagnato da lancio di missili a corto e medio raggio contro gli insediamenti industriali e le città del Sud lungo il confine, tra cui la stessa Seul che dista poco più di 50 km dalla DMZ, nonché contro le postazioni e le basi delle FA sudcoreane. (…) è stato calcolato che con intenso tiro d’artiglieria contro la capitale potrebbero essere sparati fino a 2.700 colpi al minuto e potrebbero morire fino a quasi 3.000 persone in una salva inziale, e fino a 60.000 in un giorno. (…) meglio le bizze di Kim che i morti veri di Seul: il calcolo che finora ha sempre tenuto in piedi la complessa equazione coreana.”

Questo, dunque, sarebbe il ragionamento che ha impedito finora l’esercizio dello schiacciante airpower americano e di effettuare quanto in molti si aspettavano: un attacco preventivo sulle installazioni nucleari nordcoreane.

Però…Nel novembre 2015 è avvenuto il primo test di lancio dell’SLBM (missile balistico lanciato da sottomarino) KN-11. Gittata, circa 1.000 chilometri. Il battello vettore si chiamava Gorae. A quanto pare, dopo alcuni fallimenti, nell’agosto 2016 l’ultimo test è andato a buon fine. Qualora i battelli classe Gorae diventassero operativi con i loro missili armati con testate nucleari, la Corea del Nord acquisirebbe la capacità cosiddetta di “second strike”: il secondo colpo che “(…) assicura la credibilità e la stabilità di un qualunque deterrente.”

Pazzo Kim? Neanche per idea, pazzi siamo noi che non vediamo cosa ci accade intorno e ci balocchiamo con partite di calcio, nani e ballerine: attenzione, il Mondo sta bruciando.

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