Titolo difficile, non c’è dubbio. Basta guardarsi attorno, del resto, anche solo sfogliare le pagine della cronaca, cartacee o digitali, per capire quanto il demone della guerra sia in mezzo a noi. La vicenda ucraina è solo la più vicina, anche se non l’ultima, tra quante stanno insanguinando le nostre giornate. L’impressione è che mai la guerra sia stata tanto presente quanto oggi: ed è così, nessun abbaglio. L’unica annotazione riguarda la convinzione si tratti di una caratteristica del tempo attuale. Questa sì è una distorsione data dal nostro angolo visuale. In realtà la guerra ha sempre costituito l’attualità della vita sulla Terra. Non ne siete convinti?

Il grande equivoco nasce dall’inesatta conoscenza di cosa sia sul serio la guerra. Se noi ne avessimo un’idea precisa, invece, eviteremmo infiniti luoghi comuni e diversi errori. Il primo e il più grave, quello di precipitare sempre impreparati nel gorgo di conflitti facilmente prevedibili e, proprio per questo, potenzialmente evitabili. La maggior parte degli scontri armati nascono quasi per caso e si allargano in modo repentino e sanguinoso sempre seguendo la deriva dell’inconsapevolezza. Perché?

Bisogna partire da una circoscritta e ben chiara definizione di cosa sia la guerra, prima di cominciare. Vediamone una di particolarmente convincente:

«La guerra è un atto forza con lo scopo di costringere l’avversario a sottomettersi alla nostra volontà. La forza si arma delle invenzioni delle arti e delle scienze (…)»[1]

La guerra, dunque è un generico atto di forza, di qualunque tipo esso sia. Non è affatto detto debba concretizzarsi in uno scontro armato che veda contrapposti eserciti o flotte: questo è solo il caso della cosiddetta «guerra militare», un concetto ormai diventato di uso corrente, ma introdotto su ampia scala da due pensatori cinesi alla fine del secolo scorso[2]. Come sempre, niente di nuovo sotto il sole, perché analoghi concetti li ritroviamo lungo l’intero arco del pensiero occidentale, da Tucidide a Tacito, da Vegezio a Maurizio Imperatore, passando via via attraverso Macchiavelli e Raimondo di Montecuccoli. Inoltrandoci, poi, in quella fucina di riflessione strategica che è stato il Seicento italiano, non c’è pagina in cui non tale convinzione non sia esplicitata.

La guerra militare, dunque, è solo una e nemmeno la principale delle forme in cui la tendenza alla sopraffazione aggressiva si manifesta. Se ci fermiamo a riflettere, ne incontriamo di continuo nella nostra vita quotidiana: dagli stadi, alla competizione economica, dalle speculazioni finanziarie alle lotte accademiche con furto di studi, brevetti, idee, lavori in corso. Tutto quanto rientra nel continuo sforzo dell’uomo di «… costringere l’avversario a sottomettersi alla nostra volontà…», appunto. Una tendenza che nell’Homo Sapiens, l’ho già scritto altre volte, è innata. Si tratta della molla che lo spinge a ricercare, esplorare, gettarsi in mille avventure, le più diverse, quando incanalata in modo positivo e che allo stesso tempo è la causa dei tanti danni inflitti ai propri simili e al Pianeta. Non c’è soluzione, perché si tratta della sua natura.

Che fare? Il primo passo è rendersene conto e accettarlo come tratto caratteristico della complessità umana. È folle far finta non esista. Semplicemente ci si condanna al disastro. Il secondo, però, è capire che si può “educare”. L’inclinazione alla competizione e alla sopraffazione può e deve finire incanalata in un percorso costruttivo. La virtù non è un dato scontato, il buon selvaggio è un mito pericoloso, non è la società a corrompere l’uomo, ma è vero che questa, la società, nasce per permettere al singolo di moltiplicare le sue capacità, affrontare meglio i pericoli ed evitargli di dover affrontare ogni giorno duelli sanguinosi per la mera sopravvivenza. Rileggere Eraclito, Stoici, Thomas Hobbes e Max Stirner oggi sarebbe quanto mai salutare per tentare almeno di scansare qualcuna delle molte illusioni generatrici di tanti disastri.

Il processo educativo, però, ha il difetto di risultare lungo e complesso. Per questo è impopolare. Preferiamo le ricette semplici, poco o nulla faticose, situazioni dove basti chiudere un momento gli occhi per rinascere completamente rinnovati quando le palpebre si riaprano. Sfortunatamente, non funziona così. Servono tempo, pazienza, continua riflessione sui passi falsi compiuti, sugli errori, sul perché si è sbagliato. Accettando anche ciò che oggi risulta impossibile: la sconfitta! Perché il vero dramma del tempo presente è rappresentato dalla folle idea che la vittoria sia inevitabile conseguenza del nostro innato talento, dimostrazione solo di non esserne stati defraudati per mano meschina e truffaldina.

Le radici della guerra, dunque, sono molteplici. Non esiste mai una sola spiegazione, né esiste chi abbia del tutto ragione e completamente torto. Come in tutte le faccende che non abbiano matrice ed esito istantanei. Il lungo periodo è di per sé foriero di mescolare in modo profondo le condizioni di partenza. Tutto diventa confuso, incerto, inspiegabile. Per rimettervi ordine occorrono profonde conoscenze, razionalità assoluta e una disponibilità a voler capire che sembrano scomparse ai nostri giorni dagli orizzonti dei più. Tutto appare appiattito su due punti fermi indiscutibili: soldi e successo comunque conseguiti. Ne sono vittima, in prima persona, le giovani generazioni private degli strumenti intellettuali per capire, decodificare, discernere e compiere scelte consapevoli.

Vogliamo almeno ridurre la presenza ossessiva della guerra dalle nostre giornate? Bisogna ripartire dalla scuola, dai valori e dalle conoscenze che trasmette. La scuola non può e non dev’essere la fucina di lavoratori preparati per fabbriche e imprese, bensì il luogo principale di formazione e sviluppo di cuori e menti. Sarebbe bello che giocasse un qualche ruolo anche la famiglia, ma questa ormai si è dissolta, travolta dal suo rincorrere di continuo la moda del momento. Luogo primario di diseducazione perché è qui che madri e padri frustrati incitano senza soste figli, dei quali vogliono a ogni costo essere “amici”, a qualunque trucco pur di prendersi ciò che vogliono. Il risultato è sotto gli occhi di tutti noi: perché il Moloch della guerra viene alimentato prima di altrove tra le mura domestiche.

Dobbiamo lavorare su noi stessi, sui valori e sugli obiettivi, capire che ci siamo spinti oltre il limite della ragionevolezza, ricostruire le nostre personalità e il tessuto sociale e smetterla soltanto di correre verso dove ormai non sappiamo nemmeno più da un pezzo. Solo allora smetteremo di porci domande del tipo: guerra, perché?

 

[1] Carl von Clausewitz, Vom Kriege, Was ist der Krieg?  http://www.hs-augsburg.de/%7Eharsch/augustana.html, 2010, p. 4, trad. it. del redattore.

[2] Si tratta di Qiao Liang e Wang Xiangsui, War without limits, PLA Literature and Arts Pub, Bejing, 1999.