Mala tempora currunt! Verrebbe da dire. A volte non ci si vorrebbe neppure alzare dal letto. Perché farlo, d’altronde? Cosa ci aspetta lì fuori, nel mondo che ci attende al varco con le sue mille insidie? Oltretutto, siamo praticamente certi di non avere risposte nel nostro bagaglio. Nessuna praticabile sul serio, per lo meno.

Vale per i singoli. Da un pezzo prevale l’idea che faber est suae quisque fortunae sia solo una sorta di preghiera scritta nell’acqua: chi può dire di considerarsi “artefice” del proprio destino? Direi che la maggioranza, forse la totalità, delle persone si considera piuttosto “vittima” di forze misteriose.

Vale per le comunità. Non c’è speranza nell’avvenire, forse semplicemente non c’è alcun domani verso cui tendere. Prevalgono le visioni catastrofiche e la conseguente ricerca ossessiva dei “colpevoli” che ci hanno trascinato in tale baratro senza speranza. Scriveva Zygmunt Bauman

 

Tutti i punti di riferimento che davano solidità al mondo e favorivano la logica nella selezione delle strategie di vita (i posti di lavoro, le capacità, i legami personali, i modelli di convenienza e decoro, i concetti di salute e malattia, i valori che si pensava andassero coltivati e i modi collaudati per farlo), tutti questi e molti altri punti di riferimento un tempo stabili sembrano in piena trasformazione. Si ha la sensazione che vengano giocati molti giochi contemporaneamente, e che durante il gioco cambino le regole di ciascuno. Questa nostra epoca eccelle nello smantellare le strutture e nel liquefare i modelli, ogni tipo di struttura e ogni tipo di modello, con casualità e senza preavviso. [1]

 

Il tutto produce una formidabile miscela sociale e, quindi, politica. I risultati li vediamo ogni giorno, ovunque. E allora? Nel presente risultano vincenti le “grandi semplificazioni”. Si individuano alcuni capri espiatori e si picchia senza pietà. Il sangue versato placa la sete di vendetta delle masse, fornendo l’idea che i colpevoli abbiano subito la giusta punizione e che adesso, senza dubbio, non ci saranno più intoppi. Fino al prossimo giro. Perché le cose non funzionano così. Le semplificazioni sì, ma hanno il difetto di lasciare i problemi intatti sul tappeto. A volte persino aumentati.

Il fatto è che bisognerebbe passare dal “semplice” al “complesso”. Non è vero che si possa ridurre ogni questione ai suoi “numeri primi”. Non lo è mai stato, aggiungo con lo sguardo dello storico. La realtà è sempre stata maledettamente intricata e dipanarne la matassa, per riuscire ad avere una prospettiva esistenziale, niente di più di un atto di volontà soggettivo. Facilitato un tempo, forse, dal disporre di alcune parole d’ordine generalmente accettate. O imposte, in che non sarebbe proprio lo stesso.

Al contrario, il presente ha dischiuso uno smisurato numero di possibilità. Per tanti anche se non per tutti. Provate voi a essere nati nel Burkina Faso, tanto per dire. Restando alla nostra società occidentale, affluente eppure così in sofferenza, ma non solo. In fondo, nel dramma dei migranti che abbandonano i loro paesi e radici per tentare un’avventura ai limiti dell’impossibile si può cogliere anche il seme delle maggiori opportunità dell’oggi rispetto al passato: una volta, semplicemente, sarebbero rimasti immobili, ignari persino che esistesse dell’altro.

Proprio il fatto di “sapere”, invece, si tramuta di frequente in angoscia qua in Occidente. Sapere di tante opportunità e non riuscire a coglierne neppure una. Da qui frustrazione e rabbia. Ingiustificate, però, perché proprio il moltiplicarsi delle opportunità produce il fenomeno del loro ripresentarsi a volte a strettissimo giro di tempo. Scorriamo la lista dei nostri ministri e verifichiamo da dove vengono e che passato hanno: direi che hanno colto “opportunità” impreviste e sono riusciti a collocarsi in una posizione socio-economica invidiata per una serie di circostanze casuali quasi incredibili.

Sull’altro piatto della bilancia, abbiamo che tutto questo è transitorio. Domani potrebbero essere spariti. Tutti. Dal primo all’ultimo. La storia ci insegna che i destini personali si consumano spesso nello spazio di una notte. Ed è così. Oggi nel Cosmo Liquido di Bauman a una velocità impressionante. Il che rende qualunque situazione precaria. In entrambi i versi, però. Positivo e negativo.

Conclusione: siamo di fronte al solito dilemma della scelta di fondo. Possiamo guardare a questo stato di cose come a uno spaventoso frullatore che ci tritura e ci consuma, spremendoci per lasciarci sfiniti a contemplare il nostro fallimento. Cioè il punto di vista oggi prevalente. Oppure abituarci a considerare transitori i successi e reversibile le sconfitte. In una rotazione tanto svelta da stordire e allo stesso tempo da non consentire di star lì a crogiolarsi nel pessimismo.

Questione solo di volontà? Diciamo soprattutto di volontà. E poi, storia a parte, forse dovremmo cominciare a rileggerci un po’ di filosofia. In fondo era stata lei, la filosofia, la consolazione di Anicio Manlio Severino Boezio mentre in carcere attendeva la morte. Cominciamo, ognuno per la sua parte, a volare in alto, può darsi che l’esempio si riveli contagioso. Forse riusciremo a convincere altri che il Grande Fratello non può rappresentare una buona scuola per costruire il futuro. Nostro e degli altri.

[1] Zygmunt Bauman, L’istruzione nell’età postmoderna, «La società individualizzata», Il Mulino, Bologna, 2001, p. 159

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