Il 19 ottobre scorso, parlando all’Ateneo Veneto del mio ultimo lavoro, Venezia alla conquista di un impero-Costantinopoli 1202-04, ho fatto un’osservazione sul cui contenuto vorrei ora tornare: «Venezia nella sua millenaria storia è stata più in guerra che in pace.»

Si tratta di un banale dato empirico. Per verificarlo è sufficiente “contare” il numero di anni in cui la repubblica Serenissima è stata impegnata in qualche conflitto e compararlo con i periodi di pace. Il risultato è quello accennato e non per una stretta incollatura ma per diverse lunghezze. Al punto che qualche anno fa scrivevo in un’altra pubblicazione, Venezia in Guerra (2005-07-11), una frase che mi viene ancora rimproverata da tanti: «Venezia, una repubblica fondata sulla guerra.»

Da allora, era il 2005, ho speso molto parole per spiegare il concetto, vale la pena, però, rifletterci ancora. Soprattutto oggi, perché si è in presenza sul Pianeta di una formidabile recrudescenza del fenomeno guerra. Basta dare un’occhiata a una qualsiasi cartina su cui siano riportati i luoghi coinvolti in conflitti di qualche tipo e si vede immediatamente come le aree pacifiche siano assediate da una quantità crescente di zone di crisi. Del resto, Graham T. Allison (1940-viv.) ha da poco pubblicato Destinati alla guerra: possono l’America e la Cina sfuggire alla trappola di Tucidide? L’espressione coniata da Allison, la “trappola”, trae origine da un passo del grande storico greco, il quale nella Guerra del Peloponneso afferma che a rendere inevitabile lo scoppio del conflitto fu la crescita prodigiosa di Atene. E la paura che questa creò a Sparta.

Non c’è dubbio che la stessa parola “guerra” susciti un forte sentimento di ripulsa. Bandire la guerra dalla storia è un vecchio sogno che assomiglia tanto a un’illusione. Anche perché su pochi altri concetti esiste una confusione appena paragonabile. Cosa significa, allora, esattamente, guerra? La riposta più efficace resta quella data da Carl von Clausewitz (1780-1831) nel suo celebre Vom Kriege, Della Guerra appunto: «La guerra è un atto di violenza per costringere l’avversario a eseguire la nostra volontà.»

Si tratta di una definizione assai ampia. Tutto, infatti, può rientrare nell’espressione «(…) atto di violenza (…)», anche delle barriere tariffarie punitive alle merci in entrata, dei vincoli finanziari distruttivi, dei blocchi alla libera circolazione di persone e cose, delle minacce diplomatiche e pure la semplice propaganda finalizzata a spingere l’opinione pubblica di un paese a premere sui propri governanti perché assumano certe decisioni anziché altre.

Sono noti, del resto, i corollari dello stesso Clausewitz: «La guerra è una semplice continuazione della politica con altri mezzi»; «Se la guerra appartiene alla politica, ne prenderà il carattere»; «La guerra non è semplicemente un atto politico, ma un vero strumento politico»; «E’ la politica che ha creato la guerra».[1]

Il cinese Sun Tzu (544? a.C.-496? c.C.), ne L’Arte della Guerra, aggiunge una considerazione «La guerra è il compito più importante che uno stato possa intraprendere, la base sulla quale si decide la vita o la morte del paese, il Tao che può determinare la sua sopravvivenza o la sua estinzione.»[2] E lo è proprio alla luce di quanto chiarirà in seguito Clausewitz: perché qualunque stato in quanto tale, per perseguire l’”interesse nazionale” e cioè il maggior benessere per la più larga parte di cittadini nella sicurezza di tutti, finisce inesorabilmente per scontrarsi con l’”interesse nazionale” degli altri stati. Quindi, cercherà in ogni modo di « (…) costringere l’avversario a eseguire la nostra volontà.»

Concetti ampiamente ripresi da altri due cinesi che bisognerebbe studiare con attenzione, Quiao Liang (1955-viv.)-Wang Xiangsui (1954- viv.), che in Guerra senza limiti chiariranno in via definitiva che il campo di battaglia è «(…) ovunque(..)» e le armi utilizzabili semplicemente « (…) tutte (…)». A partire da quelle finanziarie, culturali, linguistiche, e via dicendo.[3] E questo per una banale considerazione inserita da Sun Tzu nel suo trattato originale e attribuita a un predecessore, il generale Wei Liao Tzu: «Devi essere deciso a morire per sopravvivere»

Insomma, la guerra e non la pace sembra essere la “norma” sul Pianeta Terra. In particolare da quando questo è dominato dalla specie più aggressiva e feroce mai apparsa, cioè l’uomo. È tanto vero, che in passato la guerra non era affatto oggetto di rifiuto etico. È ben vero che alcuni fondatori di tradizioni religiose, da Siddhārtha Gautama (566? a.C.-486? a.C.) meglio conosciuto come Buddha Śākyamuni a Gesù Cristo tanto per fare i due esempi più evidenti, hanno posto una forma di estremo pacifismo alla base dei rispettivi insegnamenti. È piuttosto noto, però, che gli immediati successori non hanno trovato nulla da eccepire all’uso della forza da parte di “stati” basati sui loro principi: dall’Impero creato da Chandragupta Maurya (regnò dal 321 a.C. al 298 a.C.) nel subcontinente indiano, e portato al massimo splendore dal “buddista” Aśoka il Grande (304 a.C. -232 a.C.), ai vicini esempi di regni e imperi e repubbliche senz’altro cristiani altamente specializzati in conflitti di ogni tipo, repressioni e schiavitù su scala industriale. A cominciare dalla nostra Serenissima.

Il mito della “guerra giusta”, cioè accettata da Dio o dagli Dèi percorre la storia degli uomini a ogni latitudine, ma non sembra altro che il tentativo di mettere un pannicello caldo a coprire la realtà: l’interesse pare essere l’unico vero movente dell’animale uomo e questo può essere personale o collettivo e si chiamerà egoismo o interesse nazionale.

D’altronde, non solo il campo di battaglia è «(…) ovunque (…)» e le armi utili «(…) tutte (…)» ma anche il “tempo” della battaglia è «(…) sempre (…)»[4], quindi non sembriamo avere speranza a tale destino di lotta. Questo, almeno, nella dimensione della forma-stato. L’avevano ben compreso alcuni tra i maggiori pensatori giuridici, d’altronde, da Marsilio da Padova (1275 o 1280- 1342 o 1343) a Thomas Hobbes (1588-1679), da Hans Kelsen (1881-1973) a Karl Olivecrona (1897-1980), per i quali, per usare le parole dell’ultimo autore «la nascita del diritto dalla forza è destinata a rimanere un mistero…»[5]

È in base a tali valutazioni che gli storici esaminano l’importanza di una civiltà, come quella veneziana per esempio, mettendo da parte qualunque giudizio di ordine etico sul suo ricorso o meno alla guerra. Esistono certamente correnti di pensiero alternative in materia: basti pensare al fiume carsico dell’anarchismo, presente in forma chiara e strutturata almeno da William Godwin (1756-1836) in poi. Figlio dell’Illuminismo, ha cercato di dimostrare come la Ragione luce e faro degli uomini debba condurre alla dissoluzione di ogni potere: «ciascuno è abbastanza saggio da governarsi da solo» e «nessun criterio soddisfacente può porre un uomo, o un gruppo di uomini, al comando di tutti gli altri»[6]. Jean-Jacques Rousseau (1712-78) non avrebbe potuto dirlo meglio, forse però è solo questione di modo. Del verbo, intendo, perché nella realtà dobbiamo sostituire l’indicativo “è” con il condizionale “sarebbe”. Purtroppo, l’uomo tende a fare scarso uso della Ragione, come i fatti dimostrano. Visto che ho scomodato Jean-Jacques Rousseau, ogni riferimento all’Italia odierna è puramente voluto.

 

[1] Tutte le citazioni di Clausewitz vengono dalla traduzione di Vom Kriege a cura di Gian Enrico Rusconi, Torino, Einaudi, 2000, pp. 17, 38, 231, 233

[2] Sun Tzu, The Complete Art of War, by Ralph D. Sawyer, Westwiew Press inc. Taylor & Francis Group., trad. it. Stefano di Martino, Vicenza, Neri Pozza, 1999, p. 95

[3] Quiao Liang- Wang Xiangsui, War Without Limits, Beijing, PLA Literature and Arts publishing house, 1999, trad. it. a cura di Rossella Bagnardi e Roberta Gefter, Gorizia, LEG, 2001

[4] Ibidem

[5] Citazione da Law as Fact, trad. it., Milano, Giuffrè, 1967, p. 54; cfr. anche Marsilio da Padova secondo il quale il diritto è dalla parte del «valentior pro quantitate vel qualitate », Defensor Pacis, I, XII, 6; Hans Kelsen, «Il governo legittimo dello stato è quello effettivo (…) il principio della legittimità è limitato da quello dell’effettività», La dottrina pura del diritto, a cura di R. Treves, Torino, Einaudi, (dal 1967 col titolo “Lineamenti di dottrina pura del diritto”), 1975, pp. 237-38

[6] William Godwin, L’eutanasia dello stato-antologia degli scritti di Godwin, a cura di P. Marshall, trad. it. di P. Adamo, Milano, Eleuthera, 1998, Prefazione, pp. 31 e 68

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