Cosa sta succedendo all’Europa? Domanda di attualità visto quanto pericolosamente sono stati vissuti gli ultimi anni: Grexit, Brexit, bail in, una folla di acronimi per scandire la vita quotidiana del Vecchio Continente. Al punto da chiedersi: per inseguire parametri vari, a cominciare da quelli di Maastricht, non è che ci siamo dimenticati qualcosa?

Forse non sarebbe male, ogni tanto, dare un’occhiata ai principi, back to basics direbbero i figli dell’anglosfera oggi in voga e citata così spesso a sproposito. Vediamo un po’, allora.

Le radici ideali più immediate della costruzione chiamata Unione Europa si trovano nel cosiddetto Manifesto di Ventotène. Scritto da Altiero Spinelli, Ernesto Rossi e Ursula Hirschmann durante il periodo del loro confino nell’isola di Ventone, da qui il nome, aveva un titolo in realtà diverso: Per un’Europa libera e unita.

Cominciamo dal Manifesto visto che è ufficialmente riconosciuto dalla stessa Unione Europea come un cardine essenziale del progetto. Per un’Europa libera e unita. Basterebbe questo per smontare le motivazioni che hanno condotto alla Brexit, cioè all’uscita della Gran Bretagna dall’Unione. Perché quando la stessa entrò nel Mercato Comune, correva l’anno 1973, e ancora di più a partire dal lancio dell’Unione, 1992, la meta era chiara: un’Europa libera e unita. Scritto nero su bianco. Il Manifesto, poi parla esplicitamente di una federazione. Ragione per la quale, se vogliamo essere precisi, anche il dibattito se sarebbe meglio orientare l’Unione verso una qualche forma di confederazione, aggiungendo magari di stati indipendenti, si colloca al di fuori dello spirito del progetto e… degli stessi trattati liberamente sottoscritti.

Sia ben chiaro, io non credo esista nulla di meno vincolante di un pezzo di carta strutturato in sede diplomatica. La Storia lo insegna, la politica lo pratica ogni giorno ma la realtà della vita associata dell’uomo organizzato in stati è basata solo sulla sopraffazione e la violenza: il debole soccombe davanti al forte. Un processo definito inevitabile e giusto dal vincitore. Con l’ironico corollario che la propaganda interessata lo definisce pure “giusto” e a “fini di progresso”.

Sgombrato il campo dagli equivoci, però, è fuori di ogni dubbio che chiunque abbia, nel tempo, aderito al Mercato Comune prima e all’Unione dopo sapeva benissimo che la federazione con parlamento eletto, governo unico e giustizia oltre che sicurezza e difesa centralizzati sono, come si dice spesso, nel codice genetico del progetto europeo. Perché meravigliarsene a posteriori, allora?

Gli amici dell’anglosfera, sempre convinti della propria superiorità morale prima ancora che intellettuale ed economica, definirebbero unbelievable, incredibile, un simile stupore. Direbbero: non avevate letto quanto stavate firmando? Subito dopo, di fronte a eventuali proteste, sanzionerebbero con un secco levantine, levantino, l’atteggiamento di chi avesse sottoscritto i trattati con la riserva mentale d’intendere un significato diverso da quello evidente. Roba da far impallidire i greci di Grexit, noti truccatori di bilanci, insieme a noi italiani, i maestri indiscussi di atteggiamenti levantine.

Ammettiamolo, dai, stavolta ci hanno stracciato: levantini come i britannici degli anni di appartenenza all’Unione, davvero, non c’è stato nessuno.

Il lettore si chiederà il perché di questo discorso. Presto detto. All’Unione viene sempre rimproverato, spesso con ragione, una grigia cultura burocratica, così distante da qualunque ispirazione ideale d’aver allontanato dal sogno europeo ormai schiere senza fine di cittadini degli stati membri. Bruxelles, sede della Commissione mai diventata vero governo, Strasburgo, centro del Parlamento più costoso e inutile del Continente, e Lussemburgo, dove opera l’Alta Corte di Giustizia forse la più efficace delle tre istituzione cardine dell’Unione, non si sono fatte mancare nulla per aumentare la disaffezione degli aspiranti europei. Però…

… quanta parte di tale allontanamento è da attribuire proprio alla prassi levantine di stati come la Gran Bretagna, la Polonia, l’Ungheria, tanto per fare qualche nome, che hanno sempre considerato l’Unione non un grande progetto federale, come invece era nella lettera e nello spirito dei fondatori, in particolare dell’allora Germania Federale e dell’Italia oltreché di Olanda e Belgio e meno della Francia, per essere sinceri. Forse, se i cugini transalpini avessero compreso prima che non erano più una grande potenza, bensì solo un paese di second’ordine anche se dotato di armi nucleari, la CED, Comunità Europea di Difesa, non sarebbe malamente naufragata e insieme alle Forze Armate Europee avremmo avuto, di necessità, già da un pezzo un governo del Vecchio Continente. Necessario questo?

L’anglosfera risponderebbe di no, ma… lei, l’anglosfera, il governo federale, le forze armate unificate e via dicendo ce l’ha da sempre: a stelle e strisce, per la precisione. Vale a dire il problema per l’Europa. Se vuole contare, forse ormai anche solo sopravvivere allo tsunami permanente della turboglobalizzazione, non ha alternative. Bisogna si trasformi una volta per tutte nella federazione vagheggiata dal Manifesto di Ventotène e immaginata dai padri fondatori. Specie da Konrad Adenauer, Alcide de Gasperi e Robert Schuman. La dichiarazione del quale a Parigi, 9 maggio 1950, è considerato in genere il momento di avvio del processo che ci ha portato a discutere di Unione Europea.

L’Unione federale è una necessità imprescindibile. Divisi gli europei faranno la fine delle poleis greche di fronte a Roma: luogo di studio e vacanza per i figli dei ricchi in cerca d’istruzione. A qualcuno potrà anche piacere, però liberi e uniti è meglio. Senza i britannici? Possiamo farcene una ragione. Quando capiranno anche loro che il Mondo è cambiato e i tempi dell’Impero sono tramontati nel 1945, ci sarà poco da negoziare: si troveranno nella condizione di Enrico IV. Sì, proprio lui, quello di Canossa.

 

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